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In the mood for nuke

In the mood for nuke

24 febbraio 2017

Parlare male di Trump è fin troppo semplice, comodo anche. E’ un po’ come sparare sulla croce (o crocetta) rossa giusto per cavalcare l’onda delle fantasie, dei malumori e dell’indignazione generale di un popolo. Un popolo convinto che quello che ottiene oggi per esasperazione mediatica, urlando e trascinando in piazza il capro espiatorio di turno, basti a cambiare un modo di pensare, di agire e di amministrare, che lui stesso ha contribuito a creare, che ritrovarsi a reclamare un diritto sacrosanto sia una responsabilità aliena al proprio comportamento elettorale, al proprio impegno culturale, alla propria coscienza politica. Motivo per cui non parleremo male di Trump.

L’argomento del nostro intervento è piuttosto il senso delle dichiarazioni rilasciate durante un’intervista alla Reuters, che in maniera estremamente chiara e inevitabilmente inquietante rinnovano e riaffermano l’impegno degli Stati Uniti nel consolidamento della propria posizione di privilegio tra le potenze nucleari del pianeta.

“Gli Stati Uniti non vogliono cedere a nessuno la loro supremazia sul nucleare”, così il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer. Evidentemente gli ultimi test missilistici della Korea di Pyongyang non sono passati inosservati e irritano non poco gli Usa, che adesso ovviamente minacciano ritorsioni. Ritorsioni che si concretizzerebbero nel supporto strategico a paesi limitrofi alla minaccia, come la Korea del Sud e il Giappone, ma anche in una maggiore pressione diplomatica nei confronti della Cina, che avrebbe, secondo Trump, capacità di esercitare una forte influenza (e deterrenza) sul regime di Pyongyang.

La realtà è che, una volta di più, ad un impoverimento economico delle masse, ne consegue uno culturale, ad uno culturale generalmente uno ideale. E’ cosi che si scivola nella barbarie. Quello che fino a qualche decennio fa era uno scenario scongiurato e civilmente superato, ritorna ad essere oggi un argomento di attualità. E ci ritroviamo un’ altra volta sull’orlo di una folle estinzione, che puo’ essere decisa dal malumore di un folle o peggio ancora da un errore.

E’ opinione di tutti gli illustri statisti, che le atomiche servano unicamente come strumento di deterrenza, che nessuno in ogni caso si sognerebbe mai di usarle nuovamente. Eppure se scorriamo la storia all’indietro e andiamo a rileggere i motivi per cui gli USA decisero a suo tempo di usarla sulle teste degli ignari Giapponesi, riemerge una realtà ben diversa e meno rassicurante. Secondo le stime in termini di vite umane da sacrificare,  i rapporti e le proiezioni dell’intelligence americana parlavano chiaro: le bombe avrebbero causato un numero di morti nettamente inferiore ad una invasione convenzionale e avrebbero anche piegato senza sforzi ulteriori la coriacea fierezza dei samurai giapponesi, favorendo una resa incondizionata. Insomma i 120.000 morti di Hiroshima e Nagasaki erano un prezzo abbordabile e le bombe una scelta tutt’altro che crudele. La domanda è: quando saremo anche noi un numero nella proiezione di un qualche statista, cosa dovremo aspettarci precisamente?

L’orologio dell’apocalisse , intanto, segna 2 minuti e 30 secondi all’ultima mezzanotte dell’umanità, ma io sono già preparato: ho lo champagne in ghiaccio.

 


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